Vygotskij, Dostoevskij… Il dialogo e lo psicologo (16/05/2010)


Cos’è il dialogo per lo psicologo?

Se, come  ritengo, è lo strumento principe del rapporto psicologo-cliente, ci si deve chiedere come  si usi, che ruolo abbia, quale sia  la sua funzione nelle varie situazioni.

Anche un martello è uno strumento, ma sul suo utilizzo è bene riflettere: non sempre risulta adeguato, se non quando controindicato, ed anche quando lo è va usato con cautela e perizia. A volte un martello può essere uno schiaccianoci ma anche uno schiaccia dita!

Il linguaggio come strumento è la strada maestra che lo psicologo deve scoprire e percorrere, è un tema complesso con risvolti filosofici, storici e, appunto, psicologici ma pur sempre di uno strumento si tratta.

Riporto come riflessione un brano tratto da “Pensiero e linguaggio” di Vygotskij sperando possa esservi d’aiuto ad inquadrare questa problermatica in tutta la sua “bellezzza”.

“ Il linguaggio scritto e il linguaggio interno, che confrontiamo con il linguaggio orale in una data situazione, sono una forma di linguaggio monologico. Il linguaggio orale nella maggior parte dei casi è dialogico.
Il dialogo richiede sempre che gli interlocutori sappiano di che cosa si tratta, il che, come abbiamo visto, permette tutta una serie di abbreviazioni nel linguaggio orale e forma in determinate condizioni dei giudizi puramente predicativi. Il dialogo richiede sempre una percezione visiva dell’interlocutore, della sua mimica e dei suoi gesti e la percezione uditiva di tutta l’ intonazione del suo discorso. L’uno e l’altro, presi insieme, permettono questa comprensione a mezza parola, questa comunicazione mediante allusioni, di cui abbiamo dato sopra gli esempi. Solo nel linguaggio orale è possibile questa conversazione che, secondo l’espressione di Tarde, non è che un’ aggiunta agli sguardi scambiati tra i due. Poiché abbiamo già parlato sopra della tendenza del linguaggio orale all’abbreviazione, considereremo soltanto il suo aspetto acustico e citeremo un esempio classico dello scrittore Dostoevskij che mostra come l’intonazione faciliti una comprensione finemente differenziata del significato delle parole.
Dostoevskij descrive la lingua degli ubriachi, che consiste semplicemente in un sostantivo assente nel lessico.
«Una volta, di domenica a sera avanzata, mi capitò di passare ad una quindicina di passi da un gruppo di sei artigiani ubriachi, e mi resi improvvisamente conto che tutti i pensieri, i sentimenti ed anche interi ragionamenti possono essere espressi da un solo sostantivo, per di più brevissimo. Ecco che un giovane lo pronuncia in modo aspro ed energico, per esprimere, intorno a qualcosa di cui tutti parlavano poco prima, la sua sprezzante opinione negativa. Un altro, in risposta, gli ripete lo stesso sostantivo, ma già con intonazione e senso del tutto diversi, precisamente con un senso di dubbio intorno alla verità dell’opinione negativa espressa dal primo. Un terzo si irrita improvvisamente contro il primo e si intromette brutalmente nella conversazione, gridando con eccitazione lo stesso sostantivo, utilizzato, questa volta, come un’insolenza e un’invettiva. Allora entra di nuovo a parlare il secondo, indignato contro il terzo, e lo interrompe in tal modo: ‘Ma che!, giovanotto, avete fatto male ad intromettervi in questo modo; si ragionava con calma, e tu come mai te ne esci così a insolentire Filka?’. Ma tutto questo pensiero lo espresse con quella parola, quella stessa venerabile parola, con la sola differenza che sollevò le mani e agguantò per le spalle il terzo individuo. Ma ecco che ad un tratto un quarto, il più giovane di tutta la compagnia, che fino ad allora era rimasto silenzioso, avendo trovato probabilmente il modo di risolvere la difficoltà iniziale a causa della quale era sorta la controversia, alza esultante un braccio e grida… Eureka, pensate voi? Ho trovato, ho trovato? Non dice nè eureka nè ho trovato; ripete soltanto lo stesso sostantivo non trascrivibile, una parola soltanto, nient’altro che una parola, ma con entusiasmo, con estasi, con un grido di gioia che, evidentemente, era troppo forte, perché il sesto, un individuo cupo, il più anziano del gruppo non lo gradisce; in un attimo egli tronca la gioia infantile dell’altro, rivolgendosi a lui in tono basso, tetro, esortativo e ripetendogli… ma sì, sempre lo stesso sostantivo non pronunciabile alla presenza di signore, che questa volta significava chiaramente e precisamente: ‘Perché strepiti? Ti rovini la gola!’. Così, senza pronunciare nessun’altra parola, essi avevano ripetuto quella sola amata paroletta per sei volte di seguito, l’uno dopo l’altro e si erano capiti perfettamente. E un fatto vero, di cui sono stato testimone».
Qui vediamo in forma classica una fonte da cui prende inizio la tendenza all’abbreviazione nel linguaggio orale. Abbiamo trovato una prima fonte nella comprensione reciproca degli interlocutori presenti conoscendo sin dall’inizio il soggetto o il tema di tutta la conversazione. In questo esempio si tratta di un’altra cosa. Come dice Dostoevskij, si possono esprimere tutti i pensieri, tutte le sensazioni e anche tutte le profonde riflessioni con una sola parla. Questo è possibile quando l’intonazione trasmette il contesto psicologico interno di chi parla, all’interno del quale soltanto si può comprendere il senso di una data parola.”

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