Freud e l’Irak (10/9/2010)


Alla Mostra internazione del cinema di Venezia è stato presentato un documentario che testimonia la vita dei militari americani tornati dalla guerra in Irak. I dati sul disadattamento e sulle varie sindromi presenti sono impressionati ma il fatto più eclatante è che il numero dei soldati suicidatosi supera quello dei caduti nelle varie operazioni militari.

La ‘storia’ non è nuova, fenomeni di autolesionismo e di suicidi sono ben documentati, per esempio, dai classici della Prima guerra mondiale. Non a caso nacque la definizione “matto di guerra”:

·        Forcella – Monticone  “Plotone d’esecuzione” - Laterza-Bari 1968

·        Isnenghi – Rochat  “La grande guerra mondiale” - Sansoni 2004

 

La guerra è sempre stata una ‘trincea’ di osservazione attiva per la psicologia, basti ricordare i lavori di Agostino Gemelli, di Pavlov e Lurija proprio sui militari tornati dalla guerra, il fatto che i test siano stati applicati in maniera massiva proprio per la selezione dei soldati americani nella prima guerra mondiale ecc.

Da ricordare inoltre il volume di Antonio Gibelli “L’officina della guerra- La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale” - Boringhieri 1991

 

Per l’oggi ci interessa riportare due brani tratti da scritti di Freud sulla guerra, la Grande guerra, e sulle terapie praticate per coloro che si rifiutavano di combattere o dimostravano squilibri vari.

Freud non vide male la possibilità di  una guerra; non era certo un militarista ma in qualche modo pensava, come altri rappresentanti della borghesia, che la possibilità di un intervento deciso da parte dell’Austria avrebbe di per sé stesso garantito, senza provocare danni,  un nuovo e positivo assetto tra le varie potenze, e una stabilità duratura rispetto ai vari movimenti nazionalistici presenti allora in Europa.

Subito si accorse del contrario e scagliò parole terribile contro il modo si agire dei Governi e dei governanti. Due dei suoi tre figli furono schierati sul fronte italiano combattendo sull’Isonzo e sull’Altipiano di Asiago.

 Il  primo brano si riferisce a “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte” (1915)

 

“Lo Stato in guerra ritiene per sé lecite ingiustizie e violenze che disonorerebbero l’individuo singolo. Si serve contro il nemico non solo di una legittima astuzia, ma anche della cosciente menzogna e dell’inganno intenzionale; e ciò in una misura che sembra sorpassare tutto ciò che è stato fatto nelle guerre precedenti. Lo Stato richiede ai suoi cittadini la massima obbedienza e il massimo sacrificio di sé, ma li tratta poi da minorenni, esagerando nella segretezza e sottoponendo ogni manifestazione ed espressione del pensiero a una censura che rende coloro che sono stati intellettualmente repressi indifesi di fronte a qualsiasi situazione sfavorevole che possa determinarsi e a qualsiasi voce allarmistica che possa esser propagata. Lo Stato scioglie ogni convenzione e trattato stipulato con altri Stati, e non teme di confessare la propria rapacità e volontà di potenza: e il cittadino è tenuto ad approvare tutto ciò in nome del patriottismo…  Né possiamo meravigliarci se il rilassamento di tutti i vincoli morali tra le individualità collettive del genere umano si ripercuote anche sulla moralità privata, posto che la coscienza morale, lungi dall’essere quel giudice inflessibile di cui parlano i moralisti, altro non è alle origini che “angoscia sociale”. Là dove vien meno il biasimo della comunità cessa anche la repressione degli appetiti malvagi, e gli uomini si abbandonano ad atti di crudeltà, di perfidia, di tradimento e di brutalità, che sembrerebbero incompatibili col livello di civiltà che hanno raggiunto. Come non può, il cittadino del mondo civile di cui ho detto più su, non sentirsi smarrito in un mondo che gli è divenuto straniero: la sua grande patria è distrutta, il patrimonio comune devastato, i concittadini divisi e umiliati!”

 

Il secondo brano è tratto da “Trattamento elettrico dei nevrotici di guerra” dove Freud critica l’uso dell’elettroshock e data 1920

 

“Quantunque le nevrosi di guerra si siano manifestate per la maggior parte sotto forma di disturbi motori (tremori e paralisi), e benché venga naturale attribuire alla brutalità dell’impatto di eventi profondamente sconvolgenti (l’esplosione di una granata a distanza ravvicinata per esempio, o il rimaner sepolti sotto terra) effetti meccanici altrettanto brutali, cionondimeno sono state compiute alcune osservazioni che dimostrano inequivocabilmente come la causa delle cosiddette nevrosi di guerra sia di natura psichica… I medici furono dunque indotti a considerare i nevrotici di guerra alla stessa stregua dei soggetti nevrotici del tempo di pace. La scuola psicoanalitica della psichiatria, di cui io sono stato il fondatore, negli ultimi venticinque anni aveva insegnato che le nevrosi del tempo di pace dovevano esser ricondotte a disturbi della vita affettiva. Questa stessa spiegazione fu ora universalmente applicata ai nevrotici di guerra. Avevamo inoltre affermato che i pazienti nevrotici soffrono a causa di conflitti psichici, e che i desideri e le inclinazioni che si esprimono nelle manifestazioni patologiche sono sconosciuti agli stessi malati e sono pertanto inconsci. Era perciò facile dedurne che la causa immediata di tutte le nevrosi di guerra fosse un’inclinazione inconscia del soldato a sottrarsi alle richieste, pericolosissime o rivoltanti per i suoi sentimenti, postegli dal servizio militare attivo. La paura di perdere la vita, l’opposizione all’ordine di uccidere altra gente, la ribellione contro i superiori che reprimevano indiscriminatamente la loro personalità: queste erano le fonti affettive più importanti da cui traeva alimento la tendenza dei soldati a sfuggire alla guerra. Un soldato per il quale questi moti affettivi fossero stati molto potenti e limpidamente consapevoli, avrebbe dovuto, se era un uomo sano, disertare o darsi ammalato. Tuttavia, solo una minima parte dei nevrotici di guerra era costituita da simulatori; gli impulsi affettivi che in essi si ribellavano contro il servizio attivo e li inducevano ad ammalarsi operavano in essi senza divenire coscienti. Restavano inconsci perché altre motivazioni quali l’ambizione, la stima di sé, il patriottismo, l’abitudine all’obbedienza e l’esempio degli altri erano inizialmente più forti, finché, in qualche occasione adatta, venivano sopraffatte da questi altri motivi che operavano a livello inconscio.”

 

Irak e Prima guerra mondiale, guerre diverse ma… lo sfregio all’umano rimane!

 

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