Mimma Peron, Guido Petter e tanti altri -Un ricordo- (20/11/20011)


Circa sette o otto anni fa, assieme a mia figlia, mi ero recato alla Casa di Cura del mio comune, perchè doveva sottoporsi a degli accertamenti radiografici. Mi trovavo al piano terra, quello dei laboratori radiologici dove, sono anche collocati gli uffici per le prenotazioni e per i pagamenti dei ticket.

Il tutto si trovava in un corridoio lungo e non molto largo, spesso affollato di persone in attesa del loro turno per le visite, o di passaggio per altri reparti.

Cercavo un posto dove sedermi e attendere il turno, quando sentii alle mie spalle una persona che chiamava a voce alta.

Fece un nome per tre o quattro volte con l’intento di attirare l’attenzione.

Un poco per curiosità e anche perché quel nome non mi sembrava del tutto estraneo mi girai e, come succede, focalizzai ‘in un lampo’ il nome e la persona che lo diceva.

Il nome era Pavlov e la persona era la Mimma Peron: stava chiamando me.

Erano più di trent’anni che non ci vedevamo ma lei mi riconobbe subito e anch’io quando la vidi, in particolare quel suo sorriso di persona allegra e aperta.  E poi quel nome. Pavlov, rivolto a me… ricordi incantevoli!

Avevo conosciuto Mimma al Corso di laurea di psicologia di Padova dove studiavo,  lei teneva un seminario (penso di psicologia generale), sul comportamentismo e in particolare su Skinner.

Se non ricordo male, era stata per un certo periodo in Inghilterra proprio per specializzarsi sull’argomento.

Non è facile spiegare ‘il clima’ del Corso di laurea in Psicologia in quegli anni; da poco aperto, io ero uno dei primi studenti iscritti.

Ci trovavamo in oltre nel bel mezzo di quella che veniva definita ‘contestazione’ e Padova era un non sempre felice laboratorio di idee che, a volte, in particolare nel mondo studentesco, portarono alla violenza e a veri, e nel tempo, atti di terrorismo.

Noi tutti partecipavamo giornalmente come spettatori e attori a una discussione onnipresente sul ‘sistema capitalista’, che per psicologia avveniva in una situazione in cui le aule non si trovavano e spesso le lezioni si tenevano nei teatri, dato il numero elevato di studenti arrivati pieni di speranze.

 In questa situazione Mimma spiegava il condizionamento operante e la teoria del rinforzo.

Cosa ardua, per i mezzi a disposizione praticamente inesistenti, e perché il tutto veniva vissuto dagli studenti come una cosa ‘americana’ ed allora, in certi ambienti, non suonava bene.  

America era associata a capitalismo, Vietnam, razzismo e tutto veniva ribaltato sulla psicologia. Naturalmente ciò non valeva per tutti gli studenti, anzi la grande maggioranza pensava a studiare e agli esami ma il clima era quello.

La “passione” per la psicologia era nata in me già negli ultimi anni delle superiori, dove frequentavo un istituto tecnico “Il Marconi” (mitico per il movimento studentesco padovano) e dove mi diplomai, non senza difficoltà, in elettrotecnica.

La passione per la psicologia nasceva perché la vedevo come strumento di ‘contestazione’ di una scuola che consideravo, per certi aspetti ancora oggi, come ‘nemica’, ciò era presente nel clima sopra descritto nel quale, non tutto era solo negatività.

La psicologia avrebbe dovuto capire le persone,  era vista da alcuni e dal sottoscritto, come possibile strumento di emancipazione. Francamente, e allo stesso tempo, era vista da altri esattamente all’opposto e cioè come sistema d’integrazione. (Sorvoliamo per brevità sui vari tipi di psicologia considerati; ora da  una parte o dall’altra a secondo delle interpretazione e degli interpreti.)

Ma, in me vi fu un’altra leva, più tecnica, che mi fece appassionare alla psicologia, in particolare a una sua impostazione che riconoscevo in Pavlov e anche in Freud.

Studiando elettrotecnica mi ero appassionato al ‘laboratorio di misure’ dove si studiano gli strumenti e le metodologie per compiere una misura elettrica, i possibili errori dovuti agli strumenti o alle persone che le eseguono.

Era quasi automatico quindi, una volta letto alcuni articoli di Pavlov, riconoscermi nel suo metodo di ‘laboratorio’ oltre che nella visione ‘obiettiva’ della scienza e della misurazione come strumento di analisi.

Tra me è Pavlov si era stabilito un accordo tecnico-politico che ancora oggi regge.

Pavlov: chi è costui?

Questo era l’atteggiamento di molti professori che allora insegnavano Psicologia a Padova. Non era solo un probelma si Padova.

Pavlov era uno sconosciuto e in particolare la sua possibile lettura psicologica..

Mi ricordo che a un esame del professor Petter, purtroppo recentemente scomparso, osservai che secondo Pavlov, alcuni fenomeni potevano avere anche un’altra interpretazione da quella presentata nel suo libro previsto per l’esame. Mi rispose:

“Non conosco questo signore e lei è pregato di ritornare dopo aver meglio approfondito quanto è contenuto in questo libro”.

Dovetti rifare l’esame.

Questa non conoscenza generale, valeva anche per Mimma, la quale aveva però la capacità di ascoltare e accettò che nel suo seminario, che io frequentavo, si analizzassero alcuni esperimenti sia dal punto di vista comportamentista che da quello di Pavlov.

Il sottoscritto si fece carico di questa seconda parte.

Ricordo le discussioni accese, appassionate ad alta voce (non sto esagerando) che si svolgevano nel seminario, e che finivano però, costantemente in grandi risate e battute di spirito.

Le discussioni erano ovvie perché i due approcci sono, a prima vista, completamenti diversi.

Naturalmente, da allora, Mimma mi chiamò Pavlov, ed ecco perché dopo trent’anni quel nome gli tornò in mente quando mi vide all’ospedale ed ecco perché io fui felice di rivederla, anche se in una situazione che per lei era pesante e dalla quale, a quanto ne so, non ne uscì più.

 

 

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