Gramsci e la psicologia (21/2/2012)


Riporto la postfazione della Prof. Marina Santi al libro “Gramsci e la psicologia -Tra patchwork e teoria scientifica-” Cleup, Edizioni. 19€

 

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“Anche il passato cambia”. Così, nel 1998, il filosofo Aldo Gargani intitolava la sua prefazione al volume di antropologia culturale di Yehuda Elkana. Era un’ affermazione che suonava allora come un vero e proprio programma di ricerca, teso a portare a galla e valorizzare il ruolo costitutivo dell’interpretazione nella genesi della cultura e il suo potere “reificante” e generativo nei confronti del passato. Dire che “il passato cambia” significava fare un’operazione epistemologica di scardinamento di ogni storicismo ingessato su sensi univoci dell’azione umana e su altrettanto univoche valutazioni delle sue conseguenze. Ma significava al contempo intervenire sulla “psicologia folk”, sul pensiero popolare condannato al rimpianto delle occasioni perdute e degli errori commessi; ripiegato sul “ciò che è stato è stato”, senza che una scommessa sul futuro possa illuminare di luce nuova il passato e viceversa, muovendo la pro-attività nel presente. Quella prefazione incarnava una rivendicazione da parte del “pensiero debole” al proprio diritto e dovere all’ermeneutica, come esercizio prospettico “a ritroso” non tanto sui segni lasciati dagli antenati, ma sul possibile senso e sulla molteplicità di significati che questi segni assumono per l’oggi e per le aspirazioni che l’oggi contiene.

La lettura “cambiata” in chiave psicologica che fa Alessandro Ghiro di Gramsci, ci regala un autore “nuovo” e ne ripropone l’attualità liberandolo dalle maglie interpretative di un materialismo storico paralizzante che ha finito nel tempo col privarlo di quella “magia” evocativa che invece sta racchiusa nelle interpretazioni “illegittime” della sua opera. Legittima però rimane la ricerca retrospettiva su Gramsci che Ghiro a tratti azzarda, più spesso documenta, per suggerirci un’identità multipla del pensatore, influenzata da tante e importanti identità del suo tempo e del suo passato. Identità “altre” e “straniere”, con cui egli dialoga, che lui stesso rilegge e fa echeggiare nella sua riflessione pubblica, ma ancor più nei suoi diari intimi della prigionia. Vale per lo stile di pensiero gramsciano quello che Bachtin riconosce come proprio della stessa natura del pensiero umano: la dialogicità. E così, come al fondo della ricerca di noi stessi siamo destinati a trovare non un ego, ma un “coro polifonico di voci” che ci hanno costituito, ugualmente ritroviamo al fondo della riflessione gramsciana le voci di autori come Vygotskjj, che ci autorizzano a scorgere in lui lo studioso di psicologia che, intorno a lui e per quasi un secolo dopo di lui, ben pochi riconobbero.

Alla fine di questo volume che Alessandro Ghiro ci offre, dopo la lettura di questa post-fazione - che, forse, qualcuno farà all’inizio - non dovremmo perciò preoccuparci di cercare crediti per autorizzare l’immissione del nostro Antonio Gramsci nei volumi di storia della psicologia. Nemmeno chiederci se la scommessa di questa lettura critica è vincente o perdente. Ciò che dovremmo assaporare, con quel po’ di gratuità e curiosità che la lettura condivide con il gusto, sono le opportunità che esso ci offre di ricordare ciò che sapevamo in un altro modo e di immaginare ciò che non sappiamo in modo meno scontato.

Occupandomi di pedagogia e ritenendo produttivo – come lo riteneva lo stesso Vygotskij - collocare questa scienza prima della psicologia, suggerisco solamente, e alla fine di tutte le interessanti evocazioni e auspicabili promesse di questo volume, di provare a rintracciare, nell’attivismo psicologico di cui Gramsci si fa portavoce, il frutto di una sua vocazione educativa profonda e ben testimoniata dalla sua vita. L’educazione diventa terreno in cui si gioca l’autentica possibilità per gli esseri umani di coltivare l’umanesimo come prerogativa culturale che passa dalla responsabilità della “coscienza” di ognuno e che si esprime diacronicamente e sincronicamente nella storia collettiva.

Se la lettura di Gramsci in chiave psicologica ci restituisse alla fine un rinnovato bisogno di pedagogia e un nuovo senso all’educazione, come progetto di investimento sociale, storico e culturale dell’umanità, credo che insieme si restituirebbe una “magia” perduta anche alla stessa psicologia. Se poi c’è un materialismo che resta a dare concretezza alla psicologia di Gramsci è quello che gli consente di attribuire al comportamento umano la dignità di attività intenzionale, originale, autentica, capace di costruire e ribaltare la sua storia grazie agli strumenti della cultura, anziché schiacciata dall’inesorabilità del destino. 

Buona rilettura.

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