Gramsci e la psicologia (1) (26/2/2012)


Riporto la presentazione del prof. Ercole Chiari al libro  ”Gramsci e la psicologia -Tra patchwork e teoria scientifica-” Cleup, Edizioni. 19€

 

cover-ghiro-gramsci-fronte5 Alessandro Ghiro ama considerare questo suo lavoro su Gramsci e la psicologia un patchwork, cioè una raccolta variegata di testi attorno ad un tema poco indagato dagli studiosi (via via più rari) dell’autore, e sui diversi aspetti che questo tema comporta. Si può prendere questa qualificazione come una prova di amore di Ghiro per il suo autore, un amore che risale alla sua gioventù, e che lo spinge a non tralasciare alcun testo significativo, nella convinzione che il loro insieme sia ricco di spunti validi, e comunque da indagare.

Da questa raccolta vien fuori un’immagine articolata del pensiero di Gramsci, che però sarebbe ingiusto a sbagliato considerare un semplice accostamento di spunti, sia pure raccolti con amore, pazienza e competenza. L’insieme dei testi proposti, inseriti in una presentazione sobria ma partecipata, distribuiti in una sequenza di capitoli meditata, e integrati da una appendice di schede critiche, in realtà propone una lettura che dal patchwork passa allo schizzo di un pensiero non sistematico ma organico, in cui i presupposti teorici, documentari ed umani di Gramsci supportano un preciso approccio alla psicologia come scienza.

I poli della concezione gramsciana sono collocati con chiarezza nel rapporto (dialettico) tra le esperienze “molecolari” – cioè la condizione psicofisica elementare dell’individuo (una visione concreta e profonda delle sue esperienze e del loro trasformarsi e modificarsi, acuita in Gramsci dall’esperienza della prigione), matrice segreta del suo divenire psichico – e la sua rappresentazione del mondo, della società e dei rapporti umani, cioè la sua condizione ideologica. In mezzo, l’abbozzo di uno svolgimento psichico in cui determinanti sono i rapporti sociali, ma soprattutto la mediazione tra essi e il soggetto psichico operata dal linguaggio, e concretata in quella visione delle cose che Gramsci chiama folklore.

Ghiro segue con attenzione i momenti di questi fattori, con fedeltà al dettato di Gramsci, ma rendendosi ben conto (ci pare) che gli spunti rintracciabili nel Quaderni del carcere delineano non solo, per squarci, una fenomenologia della vita psichica, ma soprattutto sembrano mettere le basi di quella che potremmo chiamare una psicologia della cultura (folklore), dei movimenti molecolari che la generano, dei processi con cui essa si chiarisce nei rapporti umani e attraverso il linguaggio, per diventare infine elaborazione dottrinale e politica. In questo settore, che la cultura contemporanea ha cercato di affrontare (con modesti risultati) negli ultimi venti anni, Gramsci si presenta come un precursore di genio, cui solo le limitazioni della sua condizione personale hanno impedito uno sviluppo che si indovina di grande spessore e interesse.

Ghiro si preoccupa di inserire le riflessioni di Gramsci, da un lato nella esperienza personale dell’autore, dall’altro nella cultura a lui contemporanea, segnalando fra l’altro l’incidenza o le convergenze di concezione con pensatori del calibro di James (per l’dea del plesso psicofisico originario) e di Vygotskij (per le riflessioni sulle modalità di funzionamento del pensiero), sulla funzione del linguaggio, e anche sulla base “operativa” – per Gramsci, la “prassi” – su cui matura la vita psichica degli individui; convergenze che danno rilievo agli spunti rinvenibili in Gramsci di una pedagogia concreta e realistica. È uno degli aspetti più meritori della ricerca di Ghiro, anche se i materiali documentari disponibili su questi rapporti culturali necessariamente non vanno oltre la possibilità di una ipotesi.

A giudizio di Ghiro, però, si tratta di ipotesi che hanno un alto valore di suggestione; e questo è il marchio che la sua ricostruzione e la sua interpretazione ritrovano nel pensiero di Gramsci – e anche il motivo di una attualità non abbastanza valutata –, cui ama dare la qualificazione di “magico”. Che non significa illusionismo o fumisteria, ma la capacità di scatenare in chi lo legge una serie di associazioni con altri spunti teorici e altre prospettive dottrinali suscettibili di rimettere in discussione e in gioco idee e prospettive che la psicologia “come scienza”, ormai pervenuta all’ambito accademico, avrebbe utilità a riprendere nelle sue ipotesi e nelle sue ricerche.

Ci sembra che il tentativo appassionato e contagioso di Ghiro di rimettere in circolazione il pensiero di Gramsci, in quanto inserisce molti interessanti spunti psicologici in un progetto complessivo di rinnovamento culturale e di azione politica, possa avere una indiscutibile valenza, almeno come stimolo, in un momento in cui le conoscenze analitiche crescono sempre più, ma non vanno oltre la specialità di una disciplina per entrare a far parte di un progetto di nuovo umanesimo.

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