Francesco De Gregori e Jaques Lacan(29/9/09)


-A ricordo del Pof. Giuseppe Fara (Bepi)-

Vi invito a fare un  gioco di fantasia, un gioco di fantasia concreta. Tutta quella che ci vuole per accostare cose che apparentemente sono altre, diverse.
Leggete questi due brani e rifletteteci sopra ed anche sotto e se possibile di lato perchè, proprio da quì, la comprensione può essere meno obliqua.
Il primo è il testo di una canzone di Francesco De Gregori “La storia siamo noi”
Il secondo è un breve scritto di Jaques Lacan il “famoso psicanalista eretico”.

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso;
Siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono: “Tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera”.
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso in casa, quando viene la sera;
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone
La storia entra dentro le stanze e le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi,
siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere.
E poi la gente (perché è la gente che fa la storia),
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare:
quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare;
Ed è per questo che la storia dà i brividi,
perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli.
Siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano

Ed ora il brano di Jaques Lacan

L’inconscio è quel capitolo della mia storia che è marcato da un bianco od occupato da una menzogna: è il capitolo censurato. Ma la verità può essere ritrovata; il più spesso è già scritta altrove. Cioè:
nei monumenti: e questo è il mio corpo, cioè il nucleo isterico della nevrosi in cui il sintomo isterico mostra la struttura di un linguaggio e si decifra come un’iscrizione che, una volta raccolta, può essere distrutta senza grave perdita;
nei documenti d’archivio, anche: e sono i ricordi della mia infanzia, impenetrabili al pari di essi, quando non ne conosco la provenienza;
nell’evoluzione semantica: e questo corrisponde allo stock e alle accezioni del vocabolario che mi è proprio, così come al mio stile e al mio carattere;
e nelle tradizioni, addirittura nelle leggende che in forma eroicizzata veicolano la mia storia;
nelle tracce, infine, che di questa storia conservano inevitabilmente le distorsioni rese necessarie dai raccordo del capitolo adulterato con i capitoli che l’inquadrano, e delle quali la mia esegesi ristabilirà il senso(…)
Ciò che insegniamo al soggetto a riconoscere come il suo inconscio, è la sua storia. Lo aiutiamo cioè a completare la storicizzazione attuale dei fatti che hanno determina già nella sua esistenza un certo numero di « svolte » storiche. Ma se hanno avuto questo ruolo, è già in quanto fatti di storia, vale a dire in quanto riconosciuti secondo un certo senso o censurati secondo un certo ordine.
Cosi ogni fissazione a un preteso stadio istintuale è prima di tutto una stimmata storica: pagina di vergogna che si dimentica o si annulla, o pagina di gloria che obbliga. Ma il dimenticato si ricorda negli atti, e l’annullamento si oppone a ciò che si dice altrove, così come l’obbligo perpetua nel simbolo il miraggio stesso nel quale il soggetto si è trovato preso.
Per dirla in breve, gli stadi istintuali già quando sono vissuti sono organizzati in soggettività. E per dirla chiara, la soggettività del bambino che registra come vittorie o sconfitte il gesto dell’educazione dei suoi sfinteri, godendovi della sessualizzazione immaginaria dei suoi orifizi cloacali, rendendo aggressione le sue espulsioni escrementizie, seduzione le sue ritenzioni, e simboli i suoi rilasciamenti, questa soggettività non è fondamentalmente differente dalla soggettività dello psicoanalista che cerca di restituire per comprenderle le forme dell’amore che egli chiama pregenitale.
In altre parole, lo stadio anale non è meno puramente storico quando è vissuto di quando è ripensato, né meno puramente fondato nell’intersoggettività. Per contro la sua omologazione come tappa di una pretesa maturazione istintuale porta direttamente gli spiriti migliori a smarrirsi, fino a vedervi la riproduzione.

Il brano di Lacan è tratto da: 

Scritti tratti da “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi”  pag 252 e altre, in “Scritti” Giulio Einaudi editore, Torino -1974- Titolo originale “Ecrits” Edition du Seuil, Paris -1966

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