Altre visioni

Renè Zazzo (1910-1995) “Che ne è della psicologia del bambino?” Giunti Barbera – Firenze 1985 Titolo originale (Où est la psicologie de l’enfant- Paria 1983)

Andare per bancarelle alla ricerca di libri “altri” porta spesso a riscoprire ciò che l’ ufficialità ha dimenticato da tempo. Gli articoli contenuti nel libro “Che ne è della psicologia del bambino?” sono ancora di estrema attualità , stimolanti e di un livello oggi spesso assente in chi ‘pratica’ la psicologia. Ci ricordano inoltre che trai vari psicologi c’è appunto, anche il grande Zazzo (chi era costui?).

Del libro riportiamo un brano tratto da un saggio intitolato: “Cos’è la coglioneria”.

Lo stimolo per scrivere questo articolo è venuto a Zazzo da una signora, un’ insegnate, che ad un semaforo le si avvicina dimostrando la propria felicità per l’onore di incontrarlo. Chiede di poter avere il parere del Professore su una discussione avuta in classe con i suoi allievi, in relazione ad una intervista sull’intelligenza apparsa su di un giornale a nome dello stesso Zazzo. Si scopre poi che l’intervista in realtà era stata rilasciata dal neuroscienziato Jean Pierre Changeux erroneamente scambiato dalla professoressa con lo Zazzo. Ne nasce una spassosa e pungente riflessione sulla psicologia, sulle neuroscienze, sull’intelligenza, sui test, su Binet e “sull’onnipresente” Piaget. Scrive Zazzo:

“….Jean Pierre Changeux che ha rilasciato quell’intervista, non è una persona qualunque (forse un futuro premio Nobel), ma come una persona qualunque è capace di dire qualunque cosa quando si allontana dal suo campo, quando si avventura fuori dal territorio delle proprie competenze. Che cos’ ha dichiarato che ha turbato tanto la mia interlocutrice? «Se c’è un termine da cancellare dal vocabolario è proprio “intelligenza”… ». Sono d’accordo, come si può indovinare da tutto quello che ho detto finora, con questo rifiuto della parola “intelligenza”. Ma le ragioni di Jean Pierre Changeux non hanno nulla a che vedere con le mie. (…)

Se metto al bando dal mio vocabolario il termine nudo e crudo «intelligenza» è perché, volendo significare troppo, non significa nulla. Bisogna strappare l’etichetta per scoprire tutti gli oggetti che ci sono sotto. E dall’inizio del secolo le scoperte sono numerose: l’intelligenza globale, o a mosaico, misurata dalla scala metrica di Binet, il fattore «generale» messo in evidenza da Spearman mediante l’analisi matematica detta «equazione tetradica», l’intelligenza delle situazioni descritta da Wallon, – strutture di adattamento senso-motorio, operatorio, ipotetico deduttivo analizzate da Piaget, il pensiero divergente o creatività, l’umorismo, l’intelligenza astuta di cui riparleremo fra poco, ecc. Senza parlare della messa in opera di questi «oggetti» che ciascuno di noi fa nella vita quotidiana. Perché non basta possedere questa o quella «intelligenza», bisogna anche sapersene servire: essere intelligente vuoi dire utilizzare al momento giusto ed opportunamente i mezzi a disposizione. È la «realizzazione» quella che conta, per riprendere un concetto e un’ ipotesi sviluppati qualche anno fa da Reuchlin. Vuoi dire anche, come ha dimostrato di recente Bianka Zazzo, ottenere il miglior rendimento delle proprie funzioni cognitive attraverso l’intervento di fattori non cognitivi: capacità di mobilitazione, di concentrazione, organizzazione, di controllo. (…)

La negazione di Changeux, col quale ne ho discusso già da tempo, procede da tutt’altro atteggiamento. Secondo lui si potrà parlare d’intelligenza solo quando, in un incerto futuro, si conoscerà il gioco dei neuroni e delle sinapsi che fabbricano «oggetti mentali». I suoi avversari filosofi accusano Changeux di essere riduzionista, in quanto ridurrebbe la mente alla materia, lo psichismo alla neurobiologia. Non ho nessuna intenzione di seguirli in questo processo che gli muovono. Comunque, l’epiteto di riduzionista Jean-Pierre Changeux lo prende certo come un complimento ed io stesso ho dichiarato varie volte che lo psichismo non esiste, che è un travestimento laico dell’anima.

La mia critica è di un altro ordine e indubbiamente molto più grave. Io rimprovero all’amico Changeux di ignorare la diversità dei livelli d’analisi, dei piani di realtà.

In termini più grossolani, mi meraviglia che insista a definire un prodotto esclusivamente in base ai suoi modi di produzione. Quando vedo un’automobile che esce dalla catena di montaggio, non ho bisogno di conoscere i mezzi e le tappe della sua costruzione per identificarla. La riconosco dalla forma, la definisco in base alla linea, alla potenza, alla velocità massima, al tipo di carburante che usa, al consumo medio, ecc. Bisogna diffidare delle immagini, lo so, ma questa mi serve sul momento per parlare di questi oggetti che si chiamano «intelligenza» e in senso più generale (riprendendo un’espressione cara a Changeux) di tutti gli «oggetti mentali». Changeux, infatti, non nega per nulla l’esistenza di oggetti mentali. E allora gli dico: il lavoro degli psicologi consiste nell’osservare, descrivere, analizzare questi oggetti mentali che ci si rivelano attraverso comportamenti, condotte, atteggiamenti e, se si tratta di attività motorie e cognitive, attraverso un rendimento, delle prestazioni, proprio come le automobili di cui stavo parlando (…).  Questi sono i compiti della ricerca di base: scoprire gli «oggetti mentali» precedentemente invisibili, che sono dietro a comportamenti in apparenza indecifrabili, superando i trabocchetti del vocabolario consueto. Una volta identificati, più o meno precisamente, questi oggetti, lo psicologo li usa come modelli per costruire griglie, reattivi, test che gli permetteranno di svelarne l’esistenza e di valutarne quantitativamente la presenza in ogni individuo. E così mi interessa valutare la forza del fattore g mediante prove del tipo di Spearman, oppure misurare il livello di sviluppo d’un bambino con la scala di Binet.

Qualcuno si meraviglia, ne ride? A quelli che pretendono che questa misurazione è impossibile per il semplice fatto che non so cosa vado misurando, rispondo: ammettete che le capacità mentali di un bambino di sei anni, per esempio, sono in media superiori a quelle di un bambino di cinque e inferiori a quelle di uno di sette? Se ammettete questo, lo psicologo (in questo caso Binet) non ha che da osservare attentamente un campione di bambini inventariare minuziosamente quello che possono e sanno fare, immaginare delle prove adatte a mettere in evidenza le loro capacità da un’età all’altra. Così saprò che con una scala come quella costruita da Binet il bambino di cinque anni ottiene in media tanti punti, quello di sette di più, ecc. Costruita una scala, uno strumento di misura come questo, posso calcolare il livello di qualunque bambino con l’approssimazione di tre mesi. Tutti voi sapete confusamente che cos’è, dal punto di vista mentale, un bambino di sei anni: il test mi permette di saperlo obiettivamente e di utilizzare la scala d’età per valutare di quanto un dato bambino si discosta, in più o in meno, dalla media della sua età.

Gli studenti della mia interlocutrice … hanno riso quando hanno sentito la formula attribuita a Binet: «L’intelligenza è quello che misura il mio test». La formula è Effettivamente ridicola, perché sembra una definizione circolare: definisco l’intelligenza col test e il test con l’intelligenza. In realtà sotto la sua apparenza precaria, il procedimento di Binet fu un colpo di genio: è stato quel procedimento a spezzare il cerchio delle eterne meditazioni sull’intelligenza, in cui il filosofo finiva per ritrovare all’arrivo, in una definizione ben rifinita, quello che pensava già più o meno chiaramente alla partenza. Con Binet le cose sono andate in tutt’altro modo: il test non gli è uscito armato di tutto punto dalla testa, come Atena dal cervello di Zeus. (…). Attraverso gli articoli che ha pubblicato sulla Année psychologique, come un giornale di bordo, si può seguire passo passo il suo cammino. Fu tra il 1904 e il 1908 che, venne compiuto il passo che doveva portare per la prima volta a una definizione seria di una certa forma d’intelligenza. Non che nel 1904 Binet avesse la mente e le mani vuote: si accostava ai bambini con alcune prove, un’accozzaglia di domande, dettate dalle sue idee preconcette e dall’esperienza acquisita osservando i propri figli….. Sono stati i bambini di una scuola di Belleville a dettare a Binet, con lui e contro di lui, il suo famoso test. Sono stati loro stessi, trasformando più o meno le domande iniziali, a dirgli: ecco come avviene il nostro sviluppo mentale . Certo questa è pura e semplice descrizione e anche molto incompleta, ma è stato un primo passo decisivo. C’era e c’è ancora molto da fare: sapere come funziona questo «oggetto mentale» e scoprirne altri. Descrizione, ma anche misura, il che appare ancora oggi a molti come uno scandalo o una sciocchezza (…). Non hanno imparato, o non hanno capito, che «la quantità è sempre la quantificazione di una certa qualità», che le procedure di quantificazione variano secondo la qualità da valutare, che non si riducono alle sole regole dell’aritmetica, che per certe qualità, due più due non fa quattro. E tuttavia già all’inizio del secolo Binet spiegava e illustrava questa verità a proposito dello sviluppo mentale. Per primo ha avuto l’idea di misurare «l’intelligenza» sulla scala dei tempo, cioè prendendo come unità di misura le età. Questa metrica è semplice e sconcertante: due volte cinque anni non fa dieci anni. Questo fatto evidente dovrebbe scuotere le evidenze incontrovertibili dell’aritmetica, o almeno dare da riflettere.

Queste invettive non sono rivolte certo a J.-P. Changeux: non è e non vuol essere un’anima bella. Ma nell’essenziale il mio discorso lo riguarda ed è a lui che principalmente è indirizzato. Per lui, come per i miei retrogradi filodossi, l’intelligenza è irraggiungibile : per loro, perché la cosa sarebbe troppo bella; per lui, perché non esiste, almeno là dove pretendo di trovarla. E Changeux ci fa sperare, certo senza farsi troppe illusioni, che un giorno l’ incontreremo nella meccanica cerebrale, attraverso trenta miliardi di neuroni e le loro connessioni. Non è un sogno insensato e gli psicologi non hanno aspettato i successi della neurobiologia e la moda delle neuroscienze per lasciarsene cullare. Ho parlato poco fa di Spearman, della sua scoperta del fattore g (e di altri fattori cognitivi meno noti): nemmeno lui poteva fare a meno di interrogarsi sulla natura essenziale di ciò che era misurato dal fattore g. E così cominciava il sogno fisiologizzante. Il fattore g, diceva Spearman, è probabilmente qualcosa di analogo ad un’energia, «ma ogni energia deve necessariamente essere utilizzata da macchine in cui possa entrare in gioco; le macchine sono evidentemente fornite dal sistema nervoso, nella misura in cui le sue funzioni sono localizzate ». Si noti che questo testo risale al 1923. (…) Comunque sia, dopo questo tuffo in profondità ritorno alla superficie, al livello dove posso osservare comportamenti e condotte. E a questo livello sono in grado d’identificare almeno una decina di intelligenze», ciascuna delle quali è definita dalla sua funzione, dal suo funzionamento. e dai suoi. prodotti . Non ho bisogno di aspettare i neurobiologi per sapere a che cosa attenermi a quel livello, ma tutte le spiegazioni che un giorno potranno darmi saranno le benvenute.

Quello che aspetto è invece la scoperta di nuovi oggetti di cui gli psicologi non si sono ancora occupati molto. Va sottolineato che la maggior parte degli oggetti identificati hanno a che fare in un modo o nell’altro con la logica, il ragionamento (il test di Binet è un’eccezione notevole). Il fatto è che la tendenza naturale degli psicologi era quella di affrontare in termini logici quella che si chiama intelligenza. Le loro prove, i loro reattivi, essendo di ordine logico, non hanno potuto logicamente suscitare che manifestazioni logiche. La creazione di modelli, la formalizzazione di questi oggetti, erano tanto più facili in quanto essi erano omogenei alla logica degli psicologi che li avevano delineati, In qualche modo era un’oggettivazione, per effetto speculare: la presa di coscienza della logica da parte di se stessa. E siccome da lungo tempo si era detto, come ripeteva la mia interlocutrice ai suoi studenti, che intelligenza significava adattamento, col suo movimento duplice di accomodamento ed assimilazione al reale, se n’è concluso (si pensi soprattutto a Piaget) che il ragionamento, la logica, è il processo di adattamento per eccellenza. E’ proprio questo ciò che Reuchlin, nell’articolo che ho già citato, rifiuta nettamente. (…) A parte rare eccezioni, il ragionamento non è adattamento.

Già quando affrontiamo il problema della creatività o pensiero divergente, quando analizziamo le risorse dell’ umorismo, oppure quando ci chiediamo che cos’è mai la coglionaggine, molliamo più o meno gli ormeggi della logica. Ma se la coglionaggine, come pretende Romain Gary per bocca di un suo popolare personaggio, è la massima potenza spirituale del nostro tempo, se è presente dappertutto, perché non integrarla in un più vasto approccio alle nostre condotte reali? Quello che Reuchlin chiama in causa, mi pare, quando parla di intelligenza di realizzazione, che io più semplicemente chiamerei, in attesa di sapere come funziona, intelligenza quotidiana.

Ma da che parte prenderla? Una risposta l’ho trovata in un lavoro di Jean-Pierre Vernant e Marcel Detienne, pubblicato qualche anno fa: nei comportamenti d’astuzia. Ecco qui un altro oggetto, nuovo per la psicologia ma vecchio quanto il mondo: l’intelligenza astuta, con la sua dea Meti, di cui finora ignoravo l’esistenza. Ci sono astuzie, trucchi piccoli e grandi, maligni e a fin di bene, bluff e tiri mancini. Non intendo riprendere le lunghe analisi di Vernant e Detienne. Limitiamoci a un piccolo campione: (Zeus n.d.r.) (…). Per assicurarsi un potere perenne, deve formare un governo credibile, opportunamente gerarchizzato, totalmente sottomesso al suo dominio: nascerà così il Pantheon. Ma deve anche e prima di tutto non lasciar niente al caso. Un mondo senza il caso agli occhi del dio supremo? Per questo ci vuole un ordine immutabile, delle verità immutabili, cioè la Logica atemporale, assoluta. Ciò presuppone che Meti non ne combini più delle sue. Come fare per sbarazzarsene? Zeus gioca d’astuzia contro l’Astuzia. La prende come concubina, la ingravida. Poi, lusingando la sua vanità, le chiede di mostrargli i suoi talenti, lei che è il demone delle apparenze e delle metamorfosi. Per amore di lui, si trasforma in cerbiatta, in uccello. Zeus la prega di trasformarsi in una focaccina. Detto fatto: e se l’inghiotte. Da quel giorno la potenza dell’astuzia è sepolta in fondo alla ragione, nel ventre del dio luminoso. E la figlia che Meti portava in grembo la partorirà Zeus in persona: Atena, la vergine armata di bronzo sfolgorante, uscirà dalla sua fronte. Un parto maschile ad annunciare la perfezione di una nuova era e per fortuna una figlia: è evitato il pericolo di avere un figlio più potente di lui e capace di detronizzarlo. L’ordine ormai regna sull’Olimpo e, malgrado le apparenze, sul mondo.

Un miracolo greco, questo nuovo regno? Nei tempi antichissimi l’intelligenza astuta era valore primario, ma la saggezza di Socrate, come ce l’hanno trasmessa i suoi discepoli, si afferma nel periodo classico come ricerca delle verità incorruttibili. Zeus regna forse ancora su di noi? Il mito di Zeus che inghiotte Meti mi fa pensare a Piaget, alle sue palline di creta che, malgrado le loro trasformazioni, sono dichiarate invarianti dal bambino di sei-sette anni, cioè all’età della ragione. Che sia Piaget la più aggiornata incarnazione del culto di Zeus? L’affettività, i poteri oscuri dell’inconscio non li nega e in gioventù prima di diventare il Piaget che conosciamo tutti, ha corteggiato la psicoanalisi, ma è della logica, nella sua genesi, che si è fatto il teorico e il cantore.

Piaget non c’è più, ma si parla più che mai delle funzioni cognitive: il cognitivismo è sulle ali del vento, ma forse è meglio dire controvento, a riscontro delle correnti oscure che guadagnano terreno in fisica non meno che in psicologia. Che cosa annunciano questi venti contrari, queste perturbazioni? Chissà se anch’io, quando incoraggio i miei allievi a occuparsi di umorismo, dell’intelligenza di tutti i giorni, o dell’astuzia, non sia strumento delle beffe di Meti.

Tuttavia un incidente recentissimo mi preoccupa al punto che mi chiedo «chi si fa beffe di chi », quando si cerca di stanare Meti.

Ho detto poco fa che due giovani psicologi si erano messi al lavoro sotto la mia direzione, sulla traccia delle astuzie dell’intelligenza, in vista di una tesi per il dottorato di ricerca. Uno di loro si chiama Bruno. Dicendo il suo nome di battesimo non commetto indiscrezioni, visto che si è messo da solo sulla ribalta dell’attualità. Infatti si è presentato come candidato alle elezioni comunali di Lilla, contro il primo ministro Pierre Mauroy. Tutto qui. Devo essere orgoglioso del mio pupillo, anche se le mie preferenze politiche non vanno a Mauroy? Devo concluderne che una volta tanto la psicologia ha portato a qualcosa, che Bruno ha saputo ricavare dalle sue analisi delle conclusioni di ordine pratico? Oppure mi devo mordere le mani? In ogni caso, a prescindere dai risultati delle elezioni, Bruno comincia a mordersele lui: durante la campagna elettorale gli hanno incendiato la casa, dei volantini anonimi l’hanno trascinato nel fango (si è scoperto poi che erano opera di un suo compagno di lista).

È come se Meti avesse voluto mettere in castigo l’universitario indiscreto: con lei non si gioca impunemente all’apprendista stregone. Bruno non è Zeus e per ora nemmeno Jacques Chirac. Certamente diventerà più agguerrito guerreggiando, ma temo che non tornerà più, dopo un’esperienza del genere, al suo progetto di tesi.

Quanto all’altro collega, non ne dirò nulla, né il nome e neppure l’università dove lavora. Non vorrei che i suoi colleghi e i politici locali cominciassero a diffidare di lui.

 

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